Ripercorrere.

PLAY: Gábor Szabó – Dreams – 1969

Nelle ultime ore ho fatto una passeggiata col cane, realizzato una torta caprese al cioccolato da proporre a pranzo domani a casa di amici, guardato un documentario sulle isole selvagge d’Irlanda e poi ho ripercorso. Ripercorso tutti gli articoli, quasi tutti, di questo blog.

Alcuni funzionano ancora e sono quelli dove converto il mio dissenso, la mia rabbia, la mia saccenza in quel linguaggio ironico che fa ridere anche a me. Funzionano meno e mi nauseano quelli dove mi lamento, del mio disagio, delle mie paturnie, della mia incapacità di prendermi cura di me stessa. Quelli mi sembrano tutti uguali e li cancellerei. Se non fosse che hanno un valore, quello di ricordarmi quanti passi avanti ho fatto e quanti ne faccio indietro ogni volta che ricado nei patterns. Ho scoperto questa nuova parola per definire cose che non vogliamo troppo definire.

Evito da giorni come la peste tutto quello che ha a che fare con l’approfondimento, ad esempio telegiornali, talk show, news, varie ed eventuali. Non lo faccio per protrarre il clima natalizio, ma perché è evidente quanto esasperino le mie emozioni già complicate di loro. So cosa accade nel mondo, non lo sto ignorando. Lo filtro e lo valuto decidendo io le fonti. I media mi fanno sentire asfissiata e distorcono la mia fragilità momentanea, instillandomi ulteriori incertezze non richieste.

Dopo queste ultime settimane ho riflettuto molto sul concetto di maturità, essere adulti. Ma cercando di darvi risposte sono spesso ricaduta nell’io giudicante, nella severità delle opinioni tipico di certe educazioni.
Quindi non lo so sinceramente, se fossimo ‘maturi’ come da manuale saremmo delle persone migliori?

Io mi sento in grado di guidare una nave, di parcheggiarla in un porto, mettere in salvo tutti compreso l’equipaggio. Ma non sono capace di fermarmi ad ascoltare i miei bisogni, di raccontare agli altri come mi sento, di esprimere dei desideri, di dire cosa vorrei e cosa non vorrei.

Quando si tratta di me spesso mi rendo conto di non percepire più i limiti, i confini, le soglie. Sto male? Sento dolore? Vado ad oltranza, non mi fermo. Quando mi fermo sono un alieno. Non ricordo chi sono, dove ho parcheggiato la macchina, se avevo fatto una promessa.
Quando me ne rendo conto penso sempre a quelle teorie tra ‘800 e ‘900 che parlavano di alienazione, di routine che uccide, di teorie del lavoro.
Oggi lo chiamano burn-out.

Ho un esame da preparare, miglia da percorrere. E mi batte l’occhio.

P.S. In copertina una vecchia foto del 2013 fatta con l’iPod. Che tempi.

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