PLAY: Atlas – Laurel Halo – 2023
Vorrei ricordare quest’estate come Brian Adams ricordava quella del 1969, con tutti i suoi significati subliminali, ma invece ricorderemo l’estate del 2024 per l’orrore costante.
Il non senso domina il pianeta terra, asfissiato dalle emissioni e popolato da una specie agli sgoccioli che si divora.
Inizio a provare fastidio per chi nonostante tutto riesce a godersi il mare,
il sole, la montagna, il superfluo. C’è troppo sotto i nostri occhi per poter andare avanti e ignorare, con tutto il diritto alle ferie e al riposo.
Qualcuno qualche giorno fa mentre eravamo fermi in una coda di macchine mi ha detto: guardati intorno, lavori tutto l’anno per andare in ferie ad agosto. Già e non è solo il titolo di un film di Virzì*.
(*Il seguito del film Ferie d’agosto l’ho trovato forzato, disperato,
come se a Virzì non bastassero i contributi per andare in pensione.)
Black Mirror siamo noi.
La fortunata serie non ha più bisogno di schermi, ormai è diventata realtà. La distopia è superata, siamo noi i protagonisti indiscussi, i soggetti assuefatti senza emozioni e lobotomizzati dai reel.
Ci nascondiamo dietro le vocine piccole e tenere con i nostri cani, ma siamo pronti a scannare qualcuno che non si è accorto che eravamo in fila. Con le panze budinose e le sopracciglia tatuate urliamo e aggrediamo un poveraccio che ci disturba la vista.
Vedo gente brutta, everywhere from everywhere.
In questo viaggio verso casa osservo e vedo un paese decadente con infrastrutture obsolete e i fiumi vuoti. Da Milano a Bologna in treno ho preso atto di una pianura stanca, esanime, depredata da qualsiasi linfa. Quasi a chiedere eutanasia.
Nonostante la siccità il paesaggio nostalgico della Toscana invece mi stimola compassione. Le nuvole promettenti pioggia mi rendono clemente. Forse è la mancanza di tutto quel cemento, dei capannoni, dello stile padano. Anche qui si evince una chiara stanchezza, ma la natura resiste.
D’altronde da questa latitudine in giù si è più allenati alla resistenza.
Il passaggio del treno alla stazione di Chiusi Chianciano Terme e l’arrivo della pioggia mi portano indietro nel tempo.
Un flashback mi catapulta a quegli anni in cui qui si prendevano coincidenze, si scambiavano rotaie. Questo era uno snodo importante.
Come quella volta che ci fecero scendere perché non avevamo il biglietto per l’Eurostar.
Sto mentendo. La terra ha sete anche qui.
Ci vorrebbe una preghiera collettiva, una danza estenuante e una pioggia torrenziale che lava tutto via.
Verso Roma il cielo sembra schiarirsi, ma sarei contenta di trovare la pioggia.
In fondo abbiamo tutti sete.
O forse era solo il panino salato?
